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Attrezzi

31 marzo 2010

Vecchio acciarino con pietrina e storia dell’acciarino e accendino

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Vecchio Acciarino a Pietrina

Accendere il fuoco, ai nostri tempi, è cosa facile e ovvia con molteplici metodi possibili, dai fiammiferi agli accendini.

Una volta, la faccenda era diversa.

Fino alla fine del diciannovesimo secolo, i fiammiferi erano ancora cose rare e a volte pericolose.

L’accensione del fuoco avveniva con metodi che oggi sono staticompletamente dimenticati.

Le prime testimonianze archeologiche di focolari primitivi risalgono a circa 500.000 anni fa.

Sembra però che il controllo del fuoco divenne più frequente intorno ai 250.000 anni fa.

All’inizio, gli uomini primitivi sfruttavano fuochi accesi da cause naturali, quali fulmini o eruzioni vulcaniche, soltanto più recentemente essi impararono ad accenderlo da soli.

Vi siete mai chiesti come facessero gli uomini primitivi ad accendere il fuoco dal momento che non avevano fiammiferi nè tanto meno accendini a gas?

Eppure ci riuscivano! Poichè non vivevano in case confortevoli e dotate di riscaldamento come le nostre, ma vivevano in capanne esposte ai gelidi venti invernali, alla pioggia e alla neve, essi erano certamente molto più motivati di noi ad avere un fuoco
acceso
. Di questo si avvantaggiarono soprattutto gli uomini che dall’Africa si erano stanziati in zone climatiche più fredde quali l’Europa e l’Asia.

Il fuoco non significava solo potersi scaldare, ma anche potere cuocere del cibo e mangiare qualcosa di caldo. Poteva servire anche per avere un po’ di luce di notte e soprattutto per tenere lontane i grandi carnivori.
Il fuoco serviva anche agli antichi sacerdoti perchè attraverso le sue fiamme parlava loro di cose successe in tempi remoti e di cose che sarebbero avvenute in un lontano futuro.

Insomma, bisognava saperlo accendere!

Gli uomini primitivi seguivano mandrie di animali durante le loro migrazioni e sapevano anche come portare con sè delle braci in un apposito

contenitore fatto di corteccia e nel quale le braci erano immerse nella cenere. Tuttavia le cose non andavano sempre per il verso giusto, poteva succedere che il fuoco si spegnesse e allora bisognava saperlo riaccendere, ma per fare questo essi non potevano certo
aspettare un fulmine o un’eruzione di un vulcano. Mantenere delle braci nel focolare divenne possibile solo durante il neolitico, quando gli uomini si dedicarono all’agricoltura e divennero stanziali. Presso i latini, il fuoco era considerato sacro e delle sacerdotesse dovevano mantenerlo sempre acceso.

L’addomesticamento del fuoco da parte di uomini primitivi, che lo usavano per scaldarsi, per cucinare e per preparare attrezzi, passa per la fase iniziale dell’alimentarlo a quella finale quando impararono anche ad accenderlo quando ne avevano bisogno.
Quest’avventura accelerò la sua corsa con l’invenzione di nuove tecniche per l’accensione del fuoco, che recentemente sono passate per gli acciarini ed i fiammiferi.

Ma l’avventura umana del fuoco significa anche la conquista di temperature sempre più alte come quelle necessarie per cuocere il cibo, per fondere stagno e rame per ottenere bronzo, per cuocere l’argilla per ottenere vasellame di terra cotta, per cuocere la
ceramica a pasta bianca, per produrre oggetti di vetro, per fondere e lavorare l’acciaio

Un sistema per accendere il fuoco consisteva nel far girare un bastoncino di legno all’interno di un foro ricavato in un altro pezzo di legno: per il calore suscitato dalla frizione, la polvere di legno prodotta finiva con l’incendiarsi.
Questo metodo fu migliorato con l’utilizzo di un archetto: la cordicella dell’arco veniva avvolta intorno al bastoncino, e muovendo l’archetto avanti e indietro si faceva ruotare lo stecco a gran velocità, rendendo più agevole l ‘accensione.

VecchioAcciarino a Pietrina

L’uso della pietra focaia ( Nome comune dato alla selce piromaca, così chiamata per la sua proprietà di produrre scintille di fuoco se sfregata intensamente e/o sottoposta ad urto ) per accendere il fuoco risale all’età preistorica, quando l’uomo usava particolari pietre (selce, quarzite, pirite cioè bisolfuro di ferro monometrico ) che strofinate tra loro producevano scintille che, cadendo su erbe e foglie secche, provocavano fuoco.

Quando nel 1991 in alta Val Senales (BZ), venne ritrovato Otzi, la “mummia di Similaun” ( risalente ad un’epoca compresa tra il 3300 e il 3200 a.C. ), nel suo corredo aveva selce, pirite, ed un pezzo di fungo-esca per accendere il fuoco.

La selce è un minerale fossile che si trova in noduli e straterelli entro rocce calcaree, derivato dalla deposizione e successiva diagenesi di resti di organismi a scheletro siliceo (scheletri di radiolari, spicole di spugna). E’ una varietà di calcedonio, compatto e variamente colorato in rosso, bianco, giallo, bruno, nero e varianti, la cui colorazione si crede dovuta alla sostanza organica.

Nel territorio veronese la selce è chiamata “folenda”. Il nome potrebbe derivare da fògola, fogolènda, cioè dal latino focus; dunque “pietra-folenda” è la pietra che deve dare fuoco. La Lessinia e la montagna veronese tutta, sono stati luoghi importanti per la produzione delle pietre focaie, sia acciarino domestico che da fucile, con mercati di dimensione europea. Centinaia di persone lavoravano a tempo pieno in queste mansioni di “artigianato-industriale” con folandieri e bati-assalini (assalini-acciarino). Da Cerro Veronese fino a S. Mauro di Saline nacquero numerosi siti di lavorazione della selce e molti contadini della Lessinia lasciarono il lavoro della terra per occuparsi di estrarre selci dal terreno, per poi lavorarle.

Gaio Plinio Secondo (23/24-79 d.C.), detto Plinio il Vecchio, ricorda Pyrodes di Cilicia come suo mitico inventore, ed accenna alla percussione col ferro e all’accensione dei funghi secchi. Per ottenere rapidamente la fiamma, si adoperavano fuscelli intrisi nello zolfo, commerciati nelle città . Lo strumento per battere la pietra doveva essere poco diverso dall’acciarino moderno, detto focile in latino ed in volgare nel medioevo.
Con la scoperta dell’acciaio (XII° sec.), il sistema di far fuoco diventò più facile: battendo un pezzetto di acciaio (chiamato accendiesca, acciarino o assalino) contro il taglio di una selce, produceva scintille.

Sappiamo che il ferro puro è un materiale non particolarmente duro.
Per indurirlo, si deve introdurre del carbonio all’interno del reticolo del ferro. Quello che chiamiamo acciaio è, appunto, una lega ferro-carbonio. In pratica, l’indurimento si ottiene attraverso quella che si chiama la “tempra” dell’acciaio, ovvero un raffreddamento
rapido che si fa normalmente buttando l’oggetto incandescente in acqua fredda. La tempra fa si che il reticolo atomico del ferro cristallizzi in una forma detta “martensite” che è estremamente dura e rende, per esempio, le lame taglienti. Una lama che non contenesse carbonio e che non fosse temprata, perderebbe il filo quasi immediatamente e non servirebbe a niente.

L’acciarino possiamo quindi definirlo uno strumento d’acciaio, forgiato e temprato, costruito dal fabbro: viene battuto su una pietra molto dura come una selce, un diaspro , una quarzite o pirite ferrosa ( chiamata “pietra d’archibugio” perché guarniva una volta il cane di quest’arma ). Il punto di impatto è costituito dal taglio della lama di ferro, per tutta la sua lunghezza. Nel momento della percussione, la pietra essendo più dura dell’acciaio, graffia il metallo staccandone piccolissimi trucioli, i quali vengono proiettati nell’aria trasformandosi in scintille; ciò avviene a causa dell’energia termica che si sviluppa nel momento della percussione. Queste ondeggiano copiose nell’aria sotto forma di scintille con le quali si attiva la combustione sull’esca.

VecchioAcciarino a Pietrina

Veniva utilizzata come esca un pezzo di fungo d’albero, chiamato “fomes fomentarius” ( oppure altri materiali come cotone, la pannocchia della tifa – una pianta palustre – ecc.) che tagliato sottile ed essiccato, produceva una piccola brace che, unita a foglie ed erba secca,cotone o canapa tostati, attizzava il fuoco. Spesso l’esca era intrisa di zolfo o soprattutto di nitrato di potassio, facilmente reperibile nei muri umidi delle stalle.

L’acciarino rimase in l’uso durante tutto l’800, rivelandosi utile in particolari situazioni come i conflitti mondiali e i difficili momenti economici (periodi in cui i fiammiferi avevano un costo elevato o era raro trovarli).

La pietra focaia sostituì la miccia per incendiare la carica nelle armi da fuoco portatili . L’uso fu introdotto nel Cinquecento, mediante un congegno detto acciarino a martellina o a pietra, dande il nome di fucili e pistole a pietra.
Veniva usato un piccolo pezzo quadro di silice, che si applicava fra le ganasce del cane della batteria, stringendovelo con apposite viti.
La parte assottigliata che batteva sull’acciarino ed incideva la polvere del bacinetto, si chiamava filo; la parte più grossa, opposta al filo, tallone.Nel congegno di sparo la pietra focaia, posta tra le ganasce del cane, andando a battere sulla faccia della martellina, ne
asportava minuscole particelle di metallo incandescente; queste, cadendo nella scodellino, accendevano la polvere che dava fuoco alla carica.

Dopo 20 o 30 colpi la pietra focaia doveva essere sostituita o nuovamente appuntita mediante un apposito martelletto. Tale sistema fu usato per i fucili da guerra fin oltre il periodo napoleonico, fino all’invenzione della capsula fulminante.

Inizialmente le armi utilizzavano la pirite, successivamente sostituita dalla selce che, pur avendo i difetti di dover essere opportunamente sagomata (tanto che esistevano artigiani in questo specializzati) e di spezzarsi più facilmente, produceva le
scintille in un tempo minore aumentando la velocità di sparo e la facilità di colpire bersagli in movimento (era più breve infatti il tempo intercorrente tra la trazione del grilletto e la partenza del colpo).

L’acciarino presentava forme svariate ; il formato deve essere ridotto per far scivolare l’oggetto in una tasca. Bisogna anche che l’accendino sia facile da maneggiare : e perciò la forma è di preferenza ovale, ripiegata ai due estremi, oppure a forma di “D”, costituendo un’impugnatura. Per migliorare la presa verso il XV secolo si praticano nella lama due buchi per l’indice e il medio. Talvolta la lama presenta una semplice forma oblunga, un’estremità della quale è ripiegata. L’oggetto assume presto tutte le variazioni decorative:
fini cesellature di motivi geometrici o floreali, figure umane e animali, motivi finestrati o punteggiati. L’accendino veniva fabbricato usando come materiale delle lime consumate, che venivano fuse, recuperando così il metallo. Possiamo suggerire che il fabbricante di serrature era probabilmente l’artigiano che si occupava di fabbricare l’accendino.

Fino a pochi anni fa, a Brandon, in Inghilterra, un vecchio artigiano continuava questa attività, per un mercato europeo ed americano di hobbisti del tiro ad avancarica con l’acciarino in selce.

Verso la fine del ‘700 nasce lo zolfanello, l’antenato del fiammifero: un bastoncino intriso di zolfo che messo vicino all’esca (fungo) si accende prendendo fuoco.

Cinquant’anni dopo, nel 1824 il chimico inglese John Walker inventò i fiammiferi: un bastoncino con una capoccia intrisa di una mistura di sostanze combustibili, quali zolfo e resine; strofinato su una carta vetrata, si accende per frizione. Divennero noti come luciferi, cioè di portatore di luce e fuoco. I primi fiammiferi, inclusi quelli di Irinyi, erano pericolosi sia per i fabbricatori che per gli utilizzatori a causa della tossicità del fosforo bianco.

I fiammiferi svedesi o di sicurezza furono inventati nel 1844 da Gustaf Erik Pasch e migliorati da Johan Edvard Lundström circa dieci anni dopo. Questo tipo di fiammifero era più sicuro poiché gli ingredienti che formavano la miscela combustibile erano separati, essendo in parte situati nella capocchia e in parte su una superficie appositamente preparata per sfregarvi il fiammifero. Tale superficie era costituita di vetro polverizzato e fosforo rosso e la capocchia conteneva solfato di antimonio e clorato di potassio. Lo sfregamento trasformava il fosforo rosso in bianco tramite il calore dovuto all’attrito, il fosforo bianco si infiammava, accendendo così la capocchia del fiammifero. La sicurezza derivava sia dall’aver sostituito il pericoloso fosforo bianco con il più innocuo fosforo rosso, sia dal fatto che il fiammifero si accendeva solo se sfregato sulla apposita superficie presente sulla scatola.

Tuttavia la produzione dei fiammiferi di sicurezza era più costosa rispetto a quella dei fiammiferi basati sul fosforo bianco, che pertanto continuarono ad essere i più venduti fino a che non vennero approvate leggi che li proibirono. La Finlandia vietò i fiammiferi al
fosforo bianco nel 1872; la Danimarca nel 1874; la Svezia nel 1879; la Svizzera nel 1881 e l’Olanda nel 1901. Nel 1906 a Berna, in Svizzera, fu raggiunto un accordo, la Convenzione di Berna, per proibire l’uso di fosforo bianco nei fiammiferi. Questo accordo portò
ogni paese a varare leggi che vietassero l’uso di tale sostanza nei fiammiferi. India e Giappone li misero al bando nel 1919, la Cina nel 1925.

Il XIX secolo è per la storia dell’accendino un’era di sperimentazione che dà origine ad apparecchi che utilizzano le proprietà infiammabili di certi corpi.
Spesso questi apparecchi sono troppo complessi, troppo costosi e, bisogna pur dirlo, anche pericolosi.
Alcuni sono stati usati per un tempo limitato, per esempio gli accendini al sodio o quello all’ossigeno inventato da J. J. L. Chancel nel 1805; o gli accendini fosforici di F. J. Fénian che utilizzavano il fosforo mescolato al solfuro di carbonio, ossido di ferro o magnesite.

Arrivo anche l’accendino ad aria pneumatica, detto anche a “compressione adiabatica” e l’accendino a esche ( un piccolo percussore colpisce delle esche a base di fulminato di mercurio disposte sotto forma di pastiglie in una striscia di carta, le infiamma a una a una e comunica il fuoco all’esca contenuta in un piccolo recipiente ).

Due scoperte, alla fine del XIX secolo, segnarono la svolta decisiva nell’evoluzione dell’accendino. Al principio del XX secolo la via è ormai aperta (dopo cent’anni di ricerche perseveranti, spesso brancolanti, mai scoraggiate) all’era del perfezionamento, della
raffinatezza.
Uno studioso austriaco, il conte Auer von Melbach, è il padre della pietra focaia artificiale, della pietrina per accendino (costituita da una lega di ferro e magnesio con cerio). La pietrina sostituì la selce, che fu messa a riposo.
La scoperta della benzina permette all’accendino di produrre una fiamma istantanea.

L’accendino a sfregatoio necessita di uno sfregamento manuale: un’asta cava di acciaio contenente uno stoppino è posta nel corpo dell’accendino, che contiene un serbatoio di benzina. Si sfrega l’asta imbevuta di benzina controla pietrina dell’accendino.

Con gli accendini a rotella si ottiene, pur conservando lo sfregamento meccanico, un ingombro molto minore: un pezzo di acciaio cilindrico sfrega la pietrina con movimento rotatorio.
Lo stoppino imbevuto di benzina si infiamma istantaneamente. Non c’è che da perfezionare il sistema e si arriva, dopo la seconda guerra mondiale, agli accendini automatici e semiautomatici che conosciamo.

L’uso del gas butano, derivato dal petrolio, che fornisce una fiamma regolabile e inodore, conferisce all’accendino una totale autonomia. Basta solo miniaturizzare la valvola di espansione per ottenere una fiamma invariabile. Una perfezione tecnica ma anche estetica. Piccolo, maneggevole, mai pericoloso, funzionante istantaneamente con un unico gesto, ormai divenuto meccanico, l’accendino, ora d’uso corrente, diventa un prodotto industriale: l’effimero accendino da buttare riempie i nostri supermercati mentre gioiellieri e orefici, mettendo a profitto le ultime tecniche moderne (ora l’elettronica), fanno di quest’oggetto un’opera d’arte.

Interessante sapere che anche il grande Leonardo da Vinci, studiò in diversi modi l’acciarino e realizzò diversi disegni con diverse idee per accendere a ripetizione delle armi da fuoco.

Riporto anche una bellissima delle sue favole proprio inerenti “la pietra focaia e l’acciarino” :

La pietra, essendo battuta dall’acciarolo del foco, forte si maravigliò, e con rigida voce disse a quello:

«Che presunzio ti move a darmi fatica? Non mi dare affanno, che tu m’hai colto in iscambio. Io non dispiacei mai a nessuno.»
Al quale l’acciarolo rispose: «Se sarai paziente, vedrai che maraviglioso frutto uscirà di te.»
Alle quale parole la pietra, datosi pace, con pazienza stette forte al martire, e vide di sé nascere il maraviglioso foco, il quale, colla sua virtù operava in infinite cose.

Detta per quelli i quali spaventano ne’ prencipi delli studi, e poi che a loro medesimi si dispongano potere comandare, e dare con pazienza opera continua a essi studi, di quelli si vede resultare cose di maravigliose dimostrazioni.

Avete capito la morale ?

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  1. Buona sera
    Anche io ho un acciarino simile al suo con “credo sia una pietrina intercambiabile”
    Non ho capito di che anno è, e il suo valore…
    Credit sicuramente in sua risposta e complimenti per la descrizione dei suoi oggetti.
    Carlo Campale

    Comment by Carlo — 24 dicembre 2010 @ 14:42
  2. Caro Carlo
    L’acciarino a sfregamento con pietrina intercambiabile era in uso dagli anni 20 del primo ‘900 agli anni 60 del secolo scorso.
    Il suo valore di stima può variare dai 30 ai 50 euro.
    Ti ringrazio per l’apprezzamento, e colgo l’occasione di ribadire ai lettori che sarebbero graditi anche dei commenti integrativi e più esplicativi a completamento delle mie descrizioni, tutti noi e soprattutto i nostri posteri saranno grati, perchè lo scopo di quanto espongo è la conservazione della storia della nostra società ed è frutto di ricerche, informazioni e documentazione che cerco di reperire da tutte le fonti.
    Ma sono altrettanto certo che qualcuno ha documentazione più ampia e ne sa più di me…

    Comment by Rino — 24 dicembre 2010 @ 15:05

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